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NAS TERRAS DO FIM DO MUNDO...
T.D.R.
Simonetta Rossi
Articolo
tratto da Mobilità (Dic.2001)
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La
Repubblica Popolare dAngola, ex colonia portoghese, è un
paese dellAfrica australe infelicemente famoso a causa della interminabile
guerra in corso ormai da più di 25 anni. Il colpo di stato che
si verifica a Lisbona nellaprile 1974 accelera il processo di decolonizzazione
che termina con un accordo di indipendenza tra Portogallo e movimenti
di indipendenza nel novembre 1975. Alla sua ascesa al governo, il Presidente
Agostinho Neto trova però la resistenza del Fronte nazionale di
liberazione dellAngola (FNLA) e dell Unione nazionale per
lindipendenza totale dellAngola (UNITA). In un clima di guerra
civile la presidenza passa nelle mani del successore José Eduardo
dos Santos che, attualmente in carica, è alla guida di un paese
devastato dalle continue rappresaglie dei ribelli.
Come accade ormai dalla fine della seconda guerra mondiale le vittime
di questi conflitti non sono più i soldati al fronte, ma i civili,
donne e bambini per lo più che, accidentalmente, azionano quelle
che sono le più subdole tra le armi utilizzate dai paesi poveri:
le mine anti-persona.
Si calcola che in un paese con 12,5 milioni di abitanti come lAngola
ci siano 15 milioni di mine disseminate sul territorio, in prossimità
di fonti dacqua, di campi coltivati, di ponti e ogni altro cammino
obbligatorio. Le vittime delle mine non si contano.
InterSOS, Organizzazione non Governativa italiana impegnata da anni in
campagne e progetti sullo sminamento, ha avviato a settembre 1999 un progetto
per la costruzione di un centro ortopedico per la produzione di protesi
e il trattamento delle vittime delle mine a Menongue, città principale
della provincia del Kuando Kubango, in Angola appunto.
In questo contesto Fisioterapisti senza Frontiere è stato parte
attiva mettendo a disposizione di InterSOS fisioterapisti preparati al
fine di formare personale locale così da rendere autonomo il centro
in tempi relativamente brevi.
La mia esperienza, durata un anno, è stata segnata da due periodi:
un primo periodo in cui ho completato il programma di formazione per il
livello tibiale (Cominciato dalla collega che mi ha preceduta per 7 mesi),
e un secondo periodo in cui, con il centro ormai terminato, si è
passati alla produzione e al trattamento veri e propri.
Il progetto prevedeva di formare anche dei tecnici ortopedici e per questo
scopo è stata prevista la figura di un operatore che svolgesse
le lezioni specifiche sullargomento.
In pratica il personale locale scelto allinterno di una rosa di
candidati selezionati fra gli infermieri dellospedale provinciale
di Menongue ha seguito un corso specifico sul trattamento e la produzione
di protesi per amputazioni a livello tibiale della durata di undici mesi;
durante questo periodo sono state effettuate ore di lezione in comune
e ore di lezione separate fra coloro che poi, superato un esame finale,
avrebbero dovuto diventare fisioterapisti e coloro che avrebbero
dovuto diventare tecnici ortopedici.
I ritmi di lavoro sono stati piuttosto duri in quanto si sa che partendo
per missioni simili non si può, e non si riesce, ad attenersi a
quelli che sono i compiti strettamente legati al progetto. Anche se il
fronte di guerra è relativamente lontano, quotidianamente si fanno
i conti con vittime di agguati, di mine, di attacchi, col reclutamento
forzato (Come quella volta che durante una lezione un maggiore dellesercito
entrò in aula per arruolare quattro ragazzi, tra laltro molto
bravi, giustificando il suo comportamento con uno slancio di patriottismo
così forte da superare qualsiasi altra cosa, compresa listruzione
e la possibilità di crescita professionale) si sente il rombo degli
aerei che proprio a Menongue partono e atterrano, bisogna accogliere i
profughi che, spesso utilizzati come scudi umani arrivano
dalle province più disastrate (Se ne esistono di più disastrate
del Kuando Kubango!) denutriti, senza abiti, senza più speranza
ma solo rassegnazione per essere entrati anche loro in un vortice che
ha già travolto i padri, i fratelli, i figli
In un paese ove la speranza di vita è di 45 anni, in una provincia
ove manca lacqua potabile e lenergia elettrica è un
optional, in una città con un perimetro di sicurezza di dieci km,
in un ospedale così fatiscente da evocare la fuga appena si entra
e ove lavora un solo medico locale, si può immaginare che le difficoltà
logistiche incontrate siano state molte: per niente gli stessi angolani
chiamano questo posto
a terra da fim do mundo
.
Al contrario con la popolazione locale e in particolar modo con gli alunni
le cose sono andate benissimo: la motivazione prima di tutto è
stata la molla che ha aiutato tutti a perseverare facendo fronte alle
mie difficoltà di comunicazione (Ho dovuto imparare il portoghese
in quattro e quattro otto), alla mancanza di materiale iniziale, alla
necessità di cambiare il modo di vedere le cose (Per entrambe le
parti) e metodo di studio, allimpellente bisogno di sensibilizzare
la gente affinché non venda la protesi o le stampelle appena ricevuti.
Si è lavorato tanto: parallelamente alle lezioni teoriche è
stato effettuato un censimento degli amputati presenti in città
e nelle immediate vicinanze al fine di poter programmare gli interventi
nel momento in cui il centro ed il personale sarebbero stati pronti. Per
ogni paziente si è deciso se necessitava di un intervento senza
ricovero al centro (Ad esempio per quelle persone che vivono vicino al
centro stesso), se necessitava di un intervento chirurgico di rimodellamento
del moncone, se necessitava di evacuazione nella capitale o in altre città
con strutture più adeguate ai suoi bisogni. In questa categoria
rientravano tutti gli amputati a livello femorale in quanto come ho già
detto la prima parte del progetto prevedeva lo studio del livello tibiale
(In questo momento la collega che mi sostituisce sta proseguendo con la
formazione). Gli alunni hanno poi effettuato un esame finale ed alcune
settimane di tirocinio presso centri già avviati della Croce Rossa
o di Handicap International con i quali la collaborazione è stata
ottima.
A questo punto si è partiti con la fase produttiva utilizzando,
come prevede un accordo tra Ministero della Salute Angolano e le varie
ONG internazionali, la tecnologia e la componentistica della Croce Rossa.
Quindi non ci si è avvalsi di materiali poveri come cuoio, pelle,
legno come invece spesso accade in queste situazioni. Alla valutazione
effettuata in fase di censimento, è seguita una valutazione funzionale
e quindi per ogni paziente è stato impostato un programma riabilitativo
volto al recupero del tono muscolare, dellequilibrio, etc..
In un contesto ambientale ove i valori della vita spesso perdono valore,
ove le madri sanno che i loro figli se non sono saltati su una mina in
tenera età presto partiranno per il fronte, ove la malnutrizione,
le malattie, lignoranza e la legge del più forte la fanno
da padroni, ci si chiede qual è il senso di questi interventi.
La difficoltà più grande è stata proprio quella di
trovare una giustificazione alla nostra presenza che andasse oltre a quella
che è la soddisfazione dei nostri bisogni. In effetti trovandomi
di fronte a persone che senza una gamba comunque riescono ad avere una
vita normalissima, con dei figli, con una attività quale può
essere la coltivazione di un piccolo appezzamento di terra, e che ogni
giorno percorrono svariati chilometri per procurare legna da ardere o
acqua camminando su terreni accidentati e pieni di insidie, mi è
venuto da ridere al pensiero di creare al centro unarea con piani
inclinati o sconnessi. In questa realtà ho capito qual è
il significato vero della parola handicap e come nel cosiddetto
mondo industrializzato ancora una volta sono le nostre barriere mentali
a creare ostacoli ed intolleranza. A tal proposito ricordo un giorno in
cui con una collega, passeggiando in un quartiere incontrammo una ragazza
amputata al braccio destro e a livello femorale ad entrambi gli arti inferiori:
aveva calpestato una mina giocando quando aveva tre anni. Al suo fianco
un bimbetto di cinque anni e al collo un neonato, si spostava su un triciclo
e si stava recando a scuola. Dopo una breve conversazione, con il sorriso
sulle labbra si è congedata facendoci notare che le mezze donne
eravamo noi che, a più di trentanni ancora non avevamo avuto
figli! Ho pensato a quanto siamo superbi, supponenti, presuntuosi, eppure
così fragili davanti alle difficoltà, contrarietà,
preda di depressioni pur con le vaste possibilità che invece abbiamo.
Questa esperienza è servita per mettermi in discussione, per sorprendermi
di come si può vivere con molto poco, riuscendo a fare a meno di
molte cose che inizialmente sembrano indispensabili. Tutto ciò
che a noi può sembrare sconveniente o irrinunciabile, in Africa
acquista una relatività tutta speciale: la vita e la morte ad esempio
sono avvenimenti normali, fanno semplicemente parte del ciclo
a cui siamo chiamati. Le preoccupazioni per il futuro, lavvenire,
laspettativa di vita, la carriera non esistono.
Tutto è subordinato allevitare la malaria piuttosto che la
TBC, a non trovarsi sulla traiettoria di una pallottola sparata a casaccio
da uno dei tanti soldati, o allo schivare una mina su cui puoi mettere
un piede!
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