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"Esperienza
nel deserto del Kenya "
John
Paul II - Lokichar - Kenya
Maggio 2009
Ft.
Alessandro Rizzi
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Non ci potevo
credere, finalmente ce l'avevo fatta, ero giunto in Africa, ero nel deserto.
Il caldo era angosciante, il vento era costante, secco, bollente tanto
che sentivo pizzicare la pelle. L'odore era acre e, mentre scendevo dall'aereoplano
a quattro posti dopo un volo terrificante di oltre 800 km dall'altopiano
di Nairobi alla pianura desertica dove si trova il villaggio di Lokichar,
tra le acacie rade e qualche capra, scorsi dei bambini che erano giunti
a vedere chi scendesse dal velivolo. La sensazione fu davvero forte, indescrivibile.
Il caldo, l'odore dell'aria mai sentito prima, i bambini e questa distesa
di nulla, interrotta solo dalla presenza di qualche collinetta o formazione
rocciosa di forma conica probabilmente frutto di qualche attività
vulcanica preistorica, mi consegnarono una sensazione di isolamento che
mi spaventò, ma che prima di partire per questo viaggio mi auguravo
di trovare, al fine di vivere un'esperienza di regressione, di privazione,
di immersione nella vera Africa. Ero nella Rift Valley
sapevo perfettamente
che attorno c'era solo deserto per decine, centinaia di km, che erano
condizioni di vita alle quali non ero abituato ed il silenzio che nella
mia quotidianità andavo spesso a cercare era
potente, tutto
questo mi fece pensare di non essere nel luogo adatto a me, mi attraeva
e mi respingeva l'idea di restare in quel luogo per un mese.
Erano almeno sei anni che desideravo questa esperienza, conoscere l'Africa
cominciando dal suo profondo, dal suo cuore, dalla sua gente in modo da
conoscerne l'anima, le abitudini e la mentalità.
Le immagini che conoscevo dell'africa erano della savana, dei tramonti
infuocati che fanno da sipario ad alternarsi di colori e vita selvaggia
di animali affascinanti durante il giorno e a notti stellate mozzafiato.
Lì attorno non c'era nulla di tutto ciò, pensai che anche
i colori della natura sembravano aver abbandonato questo posto, fino a
quando quella stessa sera sentii levarsi al tramonto una brezza fresca
che proveniva da est, dal lago Turkana e vidi calare la notte in un attimo
ed
ecco le stelle comparire, a miliardi, così vicine
ed
in loro mi rifugiai col pensiero.
L'emozione provata al primo impatto con questi luoghi non era nulla che
potessi immaginare, ma non c'era nulla che avessi mai desiderato tanto
ed è stato il ricordo di tutte queste aspettative che mi ha dato
la forza per non cedere
poi l'orgoglio ha fatto il resto.
Mi accolse
Dario, un missionario comboniano che mi presentò una carissima
paziente. Si trova in Africa da oltre 25 anni. Ha dedicato i suoi sacrifici
e gran parte della sua vita a sostenere le popolazioni al nord del Kenya,
quali Pokot e Turkana, passando dagli altopiani di oltre 3 mila metri
al deserto Turkana e pensai a come avesse trovato questo luogo al suo
arrivo. Atterrammo sulla pista di atterraggio da lui voluta e resa operativa
6 mesi prima con manodopera locale pagata dalla missione. Prima, l'unico
collegamento con la capitale era una statale (sulla cartina del Paese
indicata come A-1) asfaltata con sovvenzioni estere nel 1983 (per agevolare
il passaggio di macchinari per la ricerca del petrolio al nord del Kenya)
e che da allora non ha mai goduto di manutenzione. Ora dell'asfalto rimane
una striscia centrale irregolare con ai lati terra e sassi. Spesso la
strada assume inclinazioni pericolose soprattutto per i mezzi pesanti.
Un fuoristrada giunge a Nairobi in 3 giorni, i camion in una settimana
se non subiscono danneggiamenti o saccheggi (i camionisti vengono pagati
una miseria e preferiscono abbandonare il carico piuttosto che rischiare
la vita).
Mi trovai in quel luogo perché da molti anni desideravo svolgere
un'esperienza in una missione africana. Appena seppi che Dario stava costruendo
un centro per bambini disabili, mi proposi per andare a insegnare agli
operatori locali le nozioni base per la riabilitazione dei bambini con
patologie causate da problematiche pre, peri e postnatali, molto comuni
purtroppo in queste condizioni di vita. Il mio fu un soggiorno breve,
un mese, ma fu sufficiente per capire gli sforzi ed i sacrifici che compiono
questi missionari per garantire una vita dignitosa a queste popolazioni.
Io stesso mi scontrai con la mentalità e le abitudini di queste
persone, cercando di insegnar loro ciò che potevo pur sapendo che
probabilmente tutto (o quasi) ciò che stavo facendo sarebbe stato
dimenticato. E' davvero tutto così distante dal nostro modo di
agire, pensare e vivere che all'inizio ti fa arrabbiare, poi pensi che
in fondo per certe cose non è nemmeno colpa loro, che forse non
è nemmeno giusto "inquinare" la loro mentalità
con concetti che in mezzo ad un deserto non avrebbero molto senso. Dario
mi fece riposare tutto il primo giorno, si accorse che l'impatto mi aveva
scosso. Stetti tutto il pomeriggio nella missione, poi la sera col calare
del sole andai a conoscere il villaggio.
La missione era lievemente appartata rispetto al centro vitale del villaggio.
Addentrandomi tra le stradine di Lokichar potei scorgere momenti di vita
famigliare all'interno delle Magnatta (nuclei abitativi dove vive un'intera
famiglia) e riconobbi nelle donne delle figure estremamente presenti e
fondamentali. Direi che rappresentano il motore di queste comunità.
Accudiscono i figli, procurano acqua e cibo per l'intera famiglia. Gli
uomini al contrario pur ricoprendo ruoli gerarchici importanti all'interno
della comunità non partecipano affatto alla vita famigliare. Spesso
li si può incontrare all'ombra di un albero intenti a dormire,
magari mentre le capre sono al pascolo. Sono popolazioni nomadi, quindi
il monitoraggio sanitario, il controllo delle nascite è spesso
difficoltoso. Le condizioni di vita alle quali sono abituate queste persone
non si possono nemmeno immaginare ed questa la realtà sociale che
mi si presentò.
Più
di qualche volta con un bambino disabile dinnanzi mi sono chiesto il significato
di ciò che stavo facendo, sapevo che i consigli che potevo dare
sarebbero stati ascoltati solo in parte dalle mamme che si aspettavano
molto di più da me, qualcosa di impossibile, che rendeva frustrante
la mia attività in questo luogo, la guarigione. Sono bambini che
una volta finito il periodo scolastico di 3 mesi tornano ai loro villaggi,
con le loro vecchie abitudini, dimenticando di utilizzare gli ausili e
le ortesi ordinate su misura dalla missione, magari strisciando tra una
capanna e l'altra, perché non c'è nessun genitore o fratello
disposto a spingere la carrozzina semplicemente perché vissuti
come un peso dai parenti e come una bocca in più da sfamare. Si
potrebbe pensare, e l'ho fatto anch'io, che non ha alcun senso tutto questo
lavorare se per questi bambini non c'è futuro, ma è un pensiero
sbagliato. La missione garantisce istruzione, igiene e soprattutto assistenza;
forse tale intervento non salverà tutti dalla povertà ed
ignoranza, ma per qualcuno di loro è comunque una base per un futuro
migliore o quantomeno la presa di coscienza che un futuro migliore è
possibile se loro per primi vogliono migliorarsi. E' anche vero che per
qualcuno di loro non ci sarà futuro a causa delle gravi condizioni
di salute, ma il centro gli garantisce giorni di integrazione, di gioco
e gioia assieme ad altri bambini, anche sani. La cosa che mi colpì
maggiormente fu la capacità di integrazione del bambino sano con
quello malato, non si percepivano barriere, tutti giocavano con tutti.
L'amputato che saltellando su una gamba gioca a calcio con il poliomielitico
intrappolato nei suoi ingombranti tutori volti a bloccargli le ginocchia,
il bimbo paraparetico che spinge la carrozzina del compagno di giochi
e ancora ragazzi adolescenti che danno un aiuto agli operatori sociali
per agevolarne l'attività coi bambini. Potrei descriverne a centinaia
di situazioni simili che avvengono abitualmente e dalle quali dovremmo
imparare molto
Durante la prima settimana di soggiorno passai gran parte del tempo a
farmi accettare, a conoscere i bambini, le loro patologie ed i trattamenti
a loro svolti. Scoprii ben presto che a questi bambini non veniva compiuto
alcun tipo di trattamento fisioterapico. I consigli dati dalle mie colleghe
durante la loro permanenza al centro qualche mese prima non erano stati
applicati, gli ausili fatti costruire, dimenticati in magazzino. Rimasi
sconfortato. Decisi che se non aveva funzionato il loro approccio, andava
modificato qualcosa. Decisi di parlare con la Suor Cathryn direttrice
del centro, di ascoltare ciò che i social workers avevano da dirmi
perché da loro avrei capito quali potevano essere gli approcci
più indicati per migliorare la situazione dei bambini e dare maggior
sollievo alle famiglie. Mi feci accompagnare più spesso nei villaggi,
dove riuscii a conoscere meglio l'ambiente nel quale i bimbi avrebbero
dovuto vivere dopo il periodo scolastico e utilizzando il materiale ricavato
dalla natura attorno (rami, tronchi, sassi, foglie di palma) confezionammo
ausili. Inoltre invitai al centro le mamme dei villaggi più vicini
allo scopo di insegnare loro pochi esercizi applicabili nelle loro capanne.
Vedere lo sguardo dei bambini cambiare nei miei confronti giorno dopo
giorno ed il riconoscimento delle mamme che ho conosciuto nei villaggi
fu un'esperienza incredibile. Mi chiesi come, pur non riuscendo a comunicare
parlando ci si capisse con i gesti o con gli sguardi. Provai una sensazione
piacevole di nudità, di assenza di maschere e per la prima volta
in vita mia mi sentii me stesso completamente.
Mi colpirono le parole di Dario in una delle meravigliose sere stellate
nel deserto in cui mi disse che nemmeno loro, dopo molti anni, sanno quale
sarà lo sviluppo del centro, ma come per molti altri progetti in
precedenza sarà il tempo a deciderne il futuro.
A distanza di un mese, durante il mio breve soggiorno alla sede della
missione comboniana di Nairobi in attesa dell'aereo che mi riportasse
in Italia conobbi un sacerdote. Accompagnò Dario durante i suoi
primi passi africani e mi disse che, prima del loro arrivo, queste popolazioni
non conoscevano nemmeno la ruota e la stoffa. Ma come? Pensai. Si tratta
del Kenya, uno dei paesi più sviluppati dell'africa, ha tantissime
risorse tra cui il turismo e a qualche migliaio di km costruiscono da
anni villaggi turistici e lounge per ricconi e non si è mai pensato
a queste popolazioni?! Poi ascoltandolo e ragionando su ciò che
avevo visto capii molte cose. Capii che i problemi del paese e dell'intera
Africa non sono certo le risorse e non si risolvono con iniezioni di denaro
da parte di paesi occidentali, ma si trovano nei palazzi governativi dove
ci si preoccupa solo di smistare le mazzette giunte in cambio di permessi
o concessioni governative, richieste anche solo per la costruzione di
pozzi, spesso per villaggi che hanno la fonte d'acqua più vicina
a 40 km, o a una notte di cammino. Tutto ciò a gran vantaggio di
stati europei o Stati Uniti che possono continuare a fare i propri interessi
e manipolare l'economia di questi Paesi. Fu sconvolgente ascoltare le
sue parole con quel tono. Mi gelò! Mi pregò poi di raccontarlo
una volta arrivato in Italia, a chi volesse ascoltare.
ALESSANDRO
RIZZI
Fisioterapista
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