Sono partita
con molta paura accentuata da problemi organizzativi dell'ultimo momento
sia dell'agenzia che dell'associazione, poi, una volta in Africa, è
stato tutto molto più semplice del previsto. Il centro
è ben attrezzato c'è una bella palestra con molto materiale
e un'ottima sala per la terapia occupazionale. Al centro
vive anche un frate africano fisioterapista, Joseph, lui si occupa dei
casi esterni, circa 10-15 al giorno, questi sono bimbi che vivono temporaneamente
con le loro mamme in una casa messa a disposizione dal centro. Noi fisioterapiste
italiane siamo state seguita da Shirley, ci ha assegnato sei casi ciascuna,
alcuni da seguire per la riabilitazione motoria altri per terapia occupazionale.
Fortunatamente ci sono state fornite le cartelle dei bimbi, non molto
dettagliate ma comunque molto utili in particolare quelle in cui un fisioterapista
aveva riportato la valutazione e il trattamento svolto in passato. Oltre al
problema della lingua un'altra difficoltà con cui mi sono scontrata
è stato decidere quali obiettivi riabilitativi porsi, sia per i
tempi così brevi ma anche per lo stile di vita completamente diverso
rispetto ai casi italiani. Per i bimbi africani è essenziale potersi
spostare da soli, anche strisciando o a quattro zampe ma dev'essere in
modo completamente autonomo, le famiglie sono così numerose che
per una madre è molto difficile seguire un figlio disabile. Per me questa è stata un'esperienza molto bella, oltre ogni aspettativa, dal punto di vista umano e professionale, mi è servita per mettermi alla prova, per conoscere una parte dell'Africa, sperimentare un altro modo di vivere, ho cercato di fare del mio meglio per essere utile anche se alla fine mi sono resa conto di aver ricevuto da loro molto più di quello che ho dato.
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