Cooperazione internazionale e Salute: quali percorsi

Il 7 maggio 2010 a Trento si è tenuto un convegno su questo tema..

Ciò che ne è emerso è che il rapporto tra cooperazione internazionale e salute non è certo una novità . Al contrario, la somministrazione di medicinali e gli interventi ospedalieri sono, sia in contesti di emergenza che nei progetti di sviluppo, tra le azioni più classiche che la cooperazione internazionale possa esprimere.

Ma il diritto alla salute non può essere solo questo. Altrimenti sarebbe, per l'ennesima volta, assistenzialismo.

Il diritto alla salute va coniugato con altri fattori sociali e culturali, come il livello d'istruzione, le condizioni economiche, l'informazione, la qualità delle infrastrutture ecc., che possono essere loro stessi causa di condizioni sanitarie non adeguate.

Molto spesso, i fallimenti registrati negli interventi di cooperazione in ambito sanitario, sono dovuti proprio alla scarsa attenzione prestata al legame tra salute e altri fattori di sviluppo.

L'errore comune, in ambito di cooperazione sanitaria (ma non solo), è la concentrazione dell'azione nelle fasi di identificazione del problema (malattia) – intervento correttivo (cura). Poco si investe nell'azione preventiva e riabilitativa proprio perchè poco si affonda alle cause che hanno portato al problema.

 

"Lo stesso linguaggio utilizzato in ambito medico tende spesso a sterilizzare la realtà”

Ad esempio, nelle favelas di San Paolo, raccontano le statistiche che si muore di denutrizione.

Vero, ma ciò che le statistiche non dicono è che dietro alle morti per denutrizione ci sono le mafie locali che controllano i mercati in entrata ed in uscita, alterando i prezzi delle risorse che diventano così inaccessibili ad una consistente fetta della popolazione, che può quindi morire per fame e malattie.

È necessario quindi che la cooperazione si riappropri di un giusto linguaggio e indaghi sulle cause, anziché occuparsi esclusivamente delle cure.

Le strategie di successo in ambito di cooperazione sanitaria sono quelle che prestano attenzione a:

- maggiore coinvolgimento diretto delle donne;

- rimozione di barriere (fisiche, economiche, sociali);

- coinvolgimento delle comunità locali;

- promozione di sinergie con altri settori strategici per la salute (acqua, agricoltura,microcredito,educazione...);

- rafforzamento del sistema sanitario pubblico e privato

- empowerment del personale locale;

- utilizzo degli Health care packages (ovvero una sorta di istruzioni per l'uso che la scienza ha individuato per determinate malattie e situazioni).

Tutto questo permetterebbe di prevenire l'esportazione di modelli sanitari precostituiti e preconfezionati.

Un esempio per tutti: l'esportazione del modello gerarchico fra i professionisti della salute, con al vertice il medico e a scaglioni gli altri operatori sanitari.

Modalità adottate tipicamente in occidente, ma che precludono un approccio socio – sanitario efficace, che miri alla sotenibilità, frutto di un lavoro in rete fra vari servizi ed enti ed alla valorizzazione delle risorse locali.

Un sistema che difficilmente si coniuga con l'idea del trattamento di alcune malattie a livello di comunità di base, anche se l'approccio su base comunitaria è la chiave per un reale diritto alla salute, come auspicato già negli anni '60 dall'OMS.

Proprio l'attenzione a queste strategie, e una chiave di lettura che consideri la comunità  una risorsa sono da considerarsi i principi nei quali i fsf si riconoscono e seguendo i quali propongono i loro percorsi formativi.

Paola Martinelli

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