Lettera dalla Tanzania

Cari colleghi,

ho letto con piacere ed interesse la lettera della collega che scrive dalla Tanzania e desidero, con questa mia, proporvi le riflessioni che ho maturato in merito.

Scorrendo la lettera ho trovato nelle parole della collega molte analogie, e a volte sovrapposizioni, con i contenuti delle riflessioni insorte in me due anni fa, quando ho avuto la possibilità di vivere un’esperienza umana e professionale presso una missione comboniana nel nord del Kenia. In questa occasione, realizzatasi grazie alla conoscenza che la collega con cui ho condiviso questa esperienza aveva di un missionario che opera in Africa da moltissimi anni, ho potuto mettere a disposizione dei bambini disabili accolti presso il centro di accoglienza/riabilitazione gestito dalla missione, il mio lavoro di fisioterapista.

Ed è da qui che iniziano i miei pensieri, che, dalla partenza al ritorno in Italia, non hanno mai smesso di affollare la mia mente.

 

Mi chiedevo quale potesse essere, in quel contesto, il ruolo di una come me che da diversi anni si occupa del trattamento riabilitativo, anche neuromotorio, dei malati respiratori; cercavo di capire come poter conciliare il desiderio di dedicare un po’ del mio tempo agli altri e di conoscere una parte, seppur piccola, della più vasta e complessa realtà africana, con il senso del limite rispetto alle proprie capacità, conoscenze ed esperienze, che ciascun professionista deve mettere sempre in campo nello svolgimento del proprio lavoro; mi domandavo se fosse giusto che “ci mettessi le mani” perché “qualcosa dovevo pur fare” o perché gli altri “si aspettavano qualcosa da me”; mi interrogavo sul come mi sarei comportata in un analoga situazione in Italia.

Insomma, i pensieri erano molti e “pesanti” e là l’urgenza della quotidianità si poneva in netto contrasto con tutte queste domande che, a prima vista, potevano sembrare inutili elucubrazioni di fronte a tutta quella “urgenza di fare”. Ma l’”urgenza di fare” era reale o era una mia percezione, era l’abitudine al fare, al cercare soluzioni, al risolvere i problemi, tipica di chi, arrivando dall’evoluto mondo occidentale, pensa di avere sempre la soluzione in mano, o era davvero tale? Beh, per me, in quel momento, la risposta era la prima.

Le preziose parole del “nostro” Dario (il missionario), ci stimolavano sì a fare, a dare quanto ci era possibile per quei bambini così provati nella loro qualità di vita, ma ci invitavano soprattutto ad “osservare, riflettere, capire”. Ci stimolavano a uscire dagli stereotipi del nostro modo di ragionare e ad abbandonare l’idea che tutto dovesse andare come noi volevamo che andasse.

Scusate se metto in campo tutte queste parole, ma credo che siano importanti per capire quanto queste esperienze debbano essere sempre guidate da una profonda riflessione personale e dal rispetto per le persone con cui interagiamo nelle realtà dei paesi poveri. E credo che, tornando finalmente al punto, il rispetto si realizzi, in primis, domandandosi quali siano le motivazioni che animano la scelta di partire, chiedendosi quanto è possibile dare con competenza e cognizione di causa, realizzando le dimensioni dei propri limiti. Ciò non toglie importanza, a mio parere, a quello spirito di generosità e al legittimo desiderio di svolgere un’esperienza umana, che investe gran parte di coloro che approcciano tale esperienze.

Bene, e dunque? E dunque… io ho deciso di fare, di partire, di “andare a vedere” (come ci disse Dario in occasione dei nostri incontri pre-partenza), di mettermi in gioco con onestà ed umiltà. Non so se ciò sia bastato ad evitare, in assoluto, di incorrere nelle pratiche, senz’altro poco professionali, della “mobilizzazione per tutti” e nella logica del “se altro non si può fare, insegniamo almeno la mobilizzazione”, ma sono certa che, tanto io quanto la collega con cui ho condiviso questa esperienza, ci siamo astenute dal ricorso a “facili soluzioni salva-coscienza e salva-faccia”. Guidate dal dialogo e dal costante scambio di opinioni, di riflessioni, di idee e di conoscenze, abbiamo rinunciato a fare quando la situazione non era alla nostra altezza, abbiamo evitato il ricorso alle “pratiche omnicomprensive” e abbiamo cercato di trasmettere con semplicità, ma mai con banalità o superficialità, le conoscenze, teoriche e pratiche, che potevano servire a prevenire i danni secondari e ad evitare l’isolamento dei bambini.

Sono anche certa, e scusate se posso sembrarvi troppo sicura di me stessa, che l’esperienza svolta in quel piccolo villaggio sconosciuto, isolato, poverissimo, abbia aperto dei circoli virtuosi così importanti per la mia vita e per quella della comunità che ci ha ospitato, che mai avrebbero avuto modo di esprimersi se avessimo deciso di non partire.

Mi riferisco, tralasciando quanto personalmente mi riguarda, alla rete di conoscenze che si è innescata, in seguito alla nostra permanenza in Turkana, tra “loro” e quanti di noi, oltre a me e la collega, hanno dedicato una piccola parte del proprio tempo là. Tale rete ha permesso di portare l’attenzione sui bisogni dei bambini disabili là accolti e di proporre delle idee per iniziare, attraverso il personale locale che sarà possibile formare, un lavoro organizzato e competente in loco.

Per far ciò, ne siamo convinti, è coerente, corretto e rispettoso, che venga chiesto aiuto e consulenza ad organizzazioni e colleghi esperti, a centri la cui esperienza rispetto ai molti problemi che rendono difficile il lavoro riabilitativo nei paesi svantaggiati, sia solida.

La nostra non è la presunzione di essere in grado di superare ostacoli così grandi, né la pretesa di poterli risolvere soltanto con le nostre forze. E’ la volontà di metterci a disposizione affinchè i problemi dei bambini Turkana possano trovare la giusta attenzione e la convinzione che sia anche nostra la responsabilità di fare in modo che questi bambini possano sperare in un futuro più sereno.

Concludo ricordando un’ultima cosa per me importante. Credo che la questione che sta al profondo di tutte le professioni sanitarie sia quella di esercitare e far crescere continuamente la consapevolezza che il nostro fare è sull’essere umano e per l’essere umano. Questa è la condizione “sine qua non” per riuscire a progettare profili di formazione in svariati ambiti e per padroneggiare diverse modalità terapeutiche. Fra esse, la mobilizzazione articolare rappresenta il primo passo per l’approccio, per il contatto con l’altro, la cui condizione di fragilità legata alla malattia viene, letteralmente, messa nelle nostre mani.

 

Un caro saluto,

Mara Quintiliani

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