I Cbr workers vietnamiti
Tratto dal sito di Accaparlante


Mi chiamo Lorenzo Pierdomenico, sono abruzzese di Giulianova, e alla bella età di 46 anni mi hanno offerto di andare in Vietnam come responsabile Aifo e io ho entusiasticamente accettato. Dal febbraio 1998 lavoro lì, è da poco quindi. In questi mesi sono tra l'altro anche andato in visita al progetto RBC indonesiano, poi sono andato in Mongolia. Sono quindi solo quattro mesi che sto in Vietnam. Personalmente ho vissuto delle grossi difficoltà di ambientamento perché il Vietnam è diverso dall'Italia, perché il Vietnam, specialmente quello del Nord, è diverso anche da tutti gli altri paesi asiatici che avevo visitato. Per vari anni ho speso le mie estati con qualche missionario (lavoro come insegnante e ho sempre avuto abbastanza tempo libero). Sono andato alla scoperta di vari approcci in molti paesi. In Myanmar, ex Birmania, nel '96 ho conosciuto Aifo che supporta 3 lebbrosari. Lì ho rintracciato solo due lebbrosari e ho fatto una relazione su quello che ho visto. Successivamente in Italia durante una assemblea della CIPSI (Coordinamento di Iniziative Popolari di Solidarietà Internazionale), che coordina 27-28 associazioni italiane (gli altri coordinamenti sono il FOCSIV, Federazione Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontari, di cui fa parte anche Aifo e il COCIS, Coordinamento delle organizzazioni non governative per la Cooperazione Internazionale allo Sviluppo), ho riattivato i contatti con questa associazione.


D. Qual è il tuo compito?
R. In Vietnam il mio compito è di rappresentare Aifo che è fortemente impegnata in questo paese. Abbiamo due programmi molto importanti. Il primo è il Progetto Lebbra: supportiamo due grossi lebbrosari oltre al reparto di malattie infettive di Hanoi che si chiama Nadb, per la prevenzione e cura dei lebbrosi (assieme ad altre Ong).
Poi c'è il progetto RBC che copre cinque province, circa otto milioni di persone, di cui il 6% disabili, quindi fai presto a fare i conti, sono 480.000 persone.

D. Qual è la vostra filosofia, il vostro approccio?
R. La filosofia del programma RBC è molto ampia, potremmo parlarne per molto tempo, comunque in sostanza l'idea di fondo è di arrivare alle famiglie, dare più conoscenze possibili per affrontare nel migliore dei modi la problematica. La cosa più importante è dare consapevolezza che il disabile si può ritagliare il proprio spazio nella comunità. Condivido la linea dell'OMS: le nostre e le loro risorse sono così limitate che l'unico approccio possibile è la RBC.
Inoltre supportiamo economicamente una controparte vietnamita, abbiamo un accordo con il Ministero della Sanità del Vietnam. Per sburocratizzare, per quanto possibile in un paese socialista, loro hanno messo su una associazione ad hoc, Vinareha (Vietnam Rehabilitation Association) per cercare di raggiungere tutti i disabili del paese. La storia del Vietnam è costellata di guerre che hanno lasciato molte ferite: varie diossine che gli americani hanno scaricato, i defoglianti, così li chiamavano gli americani. E' un paese con un'alta percentuale di disabilità. Dal 1987 hanno avuto questo approccio e il governo è collaborativo, La cosa positiva del Vietnam è che fermo restando che le strutture sono povere, bisogna dire che sono però ramificate. Anche nei più remoti villaggi c'è un presidio sanitario. Così è anche il sistema scolastico.
Il nostro obiettivo principale è di dare assistenza preparando i Cbr workers, cioè le persone volontarie che seguono training e poi, è proprio il caso di dirlo, vanno alla ricerca, vanno a scoprire i disabili del territorio. Il Cbr ha focalizzato sette tipi di disabilità principali, lavoriamo su sette linee. Per quanto riguarda l'intervento, la prima cosa che si fa sul territorio è censire quanti disabili ci sono. Secondo: certificare i disabili che hanno bisogno di riabilitazione. Terzo: pianificare per realizzare centri di riabilitazione. Siamo per ora intervenuti a livello provinciale e di distretto. L'intento è di arrivare a migliorare le strutture anche a livello comunale.

D. I formatori sono europei?
R. No assolutamente: il gruppo di esperti è vietnamita, non usiamo un approccio colonialistico. Io coordino e basta, e sto imparando tantissimo da loro. Per quanto riguarda quello che loro ritengono di non conoscere abbastanza allora noi organizziamo dei workshop, chiamando degli esperti.
D. Quali problemi incontrate nel vostro progetto?
R. Per darti un'idea, nel 1987 l'80% dei disabili viveva in campagna mentre le persone diremmo preposte a risolvere queste problematiche, i dottori, i fisioterapisti, eccetera, erano in città. Abbiamo cercato, stiamo cercando, di ribaltare il tutto, di creare una rete di riabilitazione il più possibile operativa. I numeri sembrano darci ragione, abbiamo dati recenti abbastanza confortanti: sono state formate 270 persone, dottori soprattutto, che poi a loro volta sono diventati trainer, in un processo a cascata. Risultato: abbiamo a tutt'oggi circa diecimila Cbr workers.
Poi c'è il problema della distanza: è un punto dolente anche se non dappertutto. Pensa che ci sono province montuose dove ad un certo punto le strade scompaiono, popolate da minoranze etniche che non parlano nemmeno vietnamita. Stiamo sperimentando una tattica, chiamiamola così, un approccio diverso, stiamo cercando di incontrare direttamente le famiglie dei disabili. Il nostro obiettivo principale è quello di portare a scuola il maggior numero di bambini disabili in età scolare. Ci sono alcune scuole speciali che sono strutture care da mantenere, con molte richieste. Il governo vietnamita non ha le risorse. Non ci sono insegnanti di sostegno. Cerchiamo di usare al massimo quello che dovrebbe essere l'aiuto di tutti. La problematica più grossa è che per ogni classe ci sono circa 40/50 bambini e molte maestre non se la sentono di tenere alunni disabili. Le insegnanti, per la maggior parte donne, non hanno strumenti. In tutte le province dove siamo presenti, attraverso i comitati che decidono quello che deve essere la politica di intervento nei villaggi, cerchiamo di coinvolgere non solo personale medico ma insegnanti, veterani di guerra, associazioni di disabili che cerchiamo anche di promuovere, donne...

D. Come sono visti i disabili?
R. La disabilità non è il primo problema della gente, come da noi in Italia del resto. L'atteggiamento culturale è uguale dappertutto: ci sono persone che lo vedono con pena, altri che lo accettano. Fino a quando non vediamo un disabile che riesce a realizzare qualcosa, non riusciamo a intuire le sue potenzialità.

D. Il fatto che ci siano molti disabili di guerra non influenza l'immagine della disabilità in qualche modo in termini più positivi, in termini di maggiore solidarietà?
R. Il disabile di guerra in genere è un mutilato che riesce già a svolgere un certo ruolo attivo nella società. Quello che è il vero problema è che la maggior parte delle disabilità è dovuta a poca consapevolezza, ad esempio alla risposta tardiva ad un piccolo problema del neonato o del bambino. Ne ho visti così tanti, e io non ho un background medico... Aifo è coinvolto molto nella prevenzione proprio perché se ne fa pochissima. Mi dà un senso di frustrazione se vuoi, mi rendo conto che noi non possiamo risolvere i problemi del Vietnam. Ma credo che con successo riusciamo a dare una consapevolezza, inneschiamo un processo di speranza per i disabili. Questa è la cosa secondo me più importante. Ho visto persone che per il fatto stesso che qualcuno vada nelle loro case, case semplicissime, povere, a dare consigli (anche perché il Cbr worker ha solo 12 giorni di training, stiamo lavorando molto sulla qualità) ho visto queste persone riprendere speranza. Cerchiamo di intervenire e migliorare dove vediamo delle carenze ma, come ti ripeto, le necessità sono così tante. Se non ci fosse così tanta povertà credo ci sarebbe il 50% in meno di disabili. Dal 1986 c'è in Vietnam la politica del Moi Doi che, tradotto liberamente da me, dovrebbe essere una liberalizzazione "piano-piano" dell'economia. Ciò ha permesso ad alcune persone di arricchirsi in modo sfacciato. Nelle città adesso inizia un fenomeno di bambini di strada, prostituzione infantile, droghe varie. Inizia ad essere un fenomeno che in un paese socialista è preoccupante. Non ha le dimensioni dell'America del Sud, ma ci sono 50.000 ragazzi di strada, in conflitto con la legge (su 80 milioni di persone).

D. Secondo te che nessi e discordanze ci sono tra lavorare nel sociale in Italia e all'estero?
R. Come nesso il fatto di sentire quello che io chiamo la necessità di dare qualcosa agli altri, di dividere quello che hai con gli altri, a maggior ragione se sono persone con disabilità. La molla che scatta ...viene così... Penso che ognuno ha questa cosa: c'è chi la scopre e chi no. Nella mia vita ho avuto un cammino più o meno di solidarietà per gli amici che ho avuto. Sono nato in un posto di provincia, quando macchine ce n'erano pochissime, si giocava in strada. Ho conosciuto in modo fortuito dei missionari e questa conoscenza mi ha lasciato un segno. Avevo poi uno zio emigrato in Francia che quando tornava ci raccontava un sacco di avventure: ho insomma immagazzinato questa cosa di partire e di girare. Da lì un'altra fortuna di venire in contatto con SOS Missionario di San Benedetto del Tronto in cui sono l'unico a non essere sposato. Sai c'è la famiglia, bisogna avere due o tre lavori per tirare avanti, per cui in questa associazione mi son trovato ad essere il factotum della situazione...Poi ho conosciuto Aifo ed eccomi qua.