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La riabilitazione su base comunitaria
Tratto dal sito di Accaparlante
a
cura di Roberto Ghezzo
Mi chiamo Sunil Deepak, sono medico e lavoro da dieci anni in Italia.
Il mio ruolo nell'Aifo è di sviluppare
progetti dal punto di vista tecnico e medico. Lavoro anche per l'OMS per
i gruppi vulnerabili: nomadi, popolazioni indigene, rifugiati e chi vive
in bidonville. In questi gruppi non c'è solo disabilità
fisica e mentale ma anche disabilità sociale: le persone più
colpite sono gli anziani, le mamme singole, i sieropositivi.
D.
Qual è la filosofia del progetto dell'Organizzazione Mondiale della
Sanità che si chiama Riabilitazione su Base Comunitaria (RBC)?
R. La filosofia della RBC si può riassumere nel vedere la
persona nella sua globalità. Non si può separare ad esempio
l'educazione dalla riabilitazione, non dobbiamo occuparci solamente di
singoli "pezzi" della persona, come fanno gli specialisti. Dal
lavoro, all'aspetto sanitario, dalla partecipazione alla vita quotidiana,
allo sport, alla cultura: lo sforzo è di vedere tutte le cose insieme.
Lo sviluppo della medicina occidentale ha influenzato la cultura dei paesi
più poveri nel senso di dire: basta avere la tecnologia e gli esperti
e si può fare tutto. Questo atteggiamento si basa su istituzioni
e strutture costose. In realtà c'è poca attenzione alla
continuità dei progetti, e l'ultima fase rischia di essere quella
dell'arrangiarsi. Quando andiamo nei paesi più poveri siamo abituati
a guardare gli ospedali, quanti sono i medici e terapisti, e quando non
li vediamo diciamo che non esiste niente. La RBC invece dice che ci sono
tantissime risorse: i genitori, gli amici, la comunità che vogliono
fare qualcosa, fanno quello che possono, ad esempio vanno dallo sciamano
e fanno sacrifici. Se tu dai loro la possibilità di acquisire qualche
strumento in più, qualche conoscenza, loro sono pronti a fare qualcosa
in più. Non puoi sostituire il ruolo dei professionisti ma ci sono
tanti aspetti cui i professionisti non possono dedicarsi: è diciamo
una riabilitazione complementare.
D.
Che tipi di interventi mettete in atto?
R. Quando si lavora con le persone nei villaggi si fanno cose bellissime
ma purtroppo si coinvolgono solo poche persone. Bisogna cercare di coinvolgere
i governi nazionali per fare delle politiche per i disabili. Cerchiamo
contatti con quanti più ministeri possibili, Lavoro, Sanità,
Educazione, Affari Sociali. Quando ci sono, bisogna rinforzare le strutture
che già esistono. Ad esempio nei villaggi non c'è solo volontariato
ma ci sono anche insegnanti, che sono portatori di informazioni, non solo
distributori di servizi, possono andare nelle case, parlare con le persone.
Le persone disabili e le loro famiglie devono uscire dall'isolamento,
devono capire che insieme hanno più forza, possono cominciare a
parlare come gruppo dei loro problemi e vedere quali soluzioni ci sono.
Agenzie esterne, che sia AIFO o il governo, possono arrivare fino ad un
certo punto; solo quando le persone cominciano a reclamare i loro diritti,
solo allora un cambiamento può avvenire.
D.
Com'è, in genere, la vostra collaborazione con i governi?
R. A livello internazionale i governi sono contenti quando si parla
di progetti per disabili perché i politici poi si fanno fotografare,
si fanno pubblicità. Ma in un certo senso i progetti RBC sono anche
pericolosi perché ad un certo punto la gente che ha iniziato a
confrontarsi sulla disabilità poi parla anche di altro. Noi ovviamente
non vogliamo fare un discorso politico ma siamo convinti che le RBC porta
anche altri cambiamenti. Quando ci sono elezioni, ad esempio, molti membri
dei gruppi RBC diventano membri del Parlamento e supportano i programmi.
Questo è avvenuto sia in Guyana che in Mongolia. E' sicuramente
un processo a lungo termine e molto lento: pensa solamente al fatto che
i medici in Indonesia non sono contenti perché si sono costituiti
comitati RBC dove è la gente ad essere protagonista. Le persone
che hanno il potere fanno fatica ad accettare questo.
D.
Gino Filippini, che lavora a Korogocho, una delle zone più povere
di Nairobi, capitale del Kenya, sostiene che il problema della disabilità
è solo uno dei tanti problemi che sono collegati più in
generale alla povertà, alla disabilità sociale e auspica
un approccio che tenga conto di questo. Tu che cosa ne pensi?
R. Penso che certi problemi, la povertà, la proprietà
della terra, in particolare a Korogocho, sono molto grossi, sono anche
più difficili da risolvere. Trovo che con l'avvento della urbanizzazione
e dell'occidentalizzazione della società c'è il rischio
che le persone perdano i contatti con le loro radici. I valori della competizione
e i feticci della società del consumo portano le persone a dimenticarsi
dei più deboli. Parlare di disabilità anche a Korogocho
è un messaggio forte e importante perché noi di fatto stiamo
dicendo ai poveri: guardate che tra di voi ci sono ancora più poveri,
che cosa potete fare per loro? Questo discorso è molto importante,
è un momento di dialogo per riconoscere che siamo persone. Parlare
della disabilità, dare speranza ad una comunità non è
da sottovalutare e lasciare a parte.
Inoltre con la RBC, dove possibile, cerchiamo di promuovere anche il teatro
o il canto tradizionale legandolo alla disabilità, anche se apparentemente
sembrano cose scollegate. In Guyana ci sono popolazioni indigene che si
vergognano di parlare la loro lingua. Noi abbiamo raccolto le fiabe in
libri: i bambini di questa etnia non devono dimenticare le loro radici.
D.
Qual è l'atteggiamento sociale verso i disabili?
R. I genitori dei bambini e adulti con disabilità hanno
vari comportamenti: da chi li chiude in una stanza a chi aiuta il figlio
o la figlia a sviluppare tutte le capacità. Ciò non è
dovuto a cattiveria ma ad ignoranza, paura, cultura. Penso che l'atteggiamento
generale dipenda dal fatto che finché una famiglia non è
toccata allora non se ne cura. Quando cominciamo a parlare con la comunità
delle persone disabili spesso sentiamo dire: "Ma non ci sono!".
Perché non li vedono, non sono mai fuori. Un'altra cosa purtroppo
da rilevare è la differenza tra quello che uno vorrebbe realizzare
e quello che poi si realizza. Nelle comunità si sente spesso dire:
"Siamo tutti uguali, abbiamo gli stessi diritti, non abbiamo pregiudizi".
Ma se tu poi chiedi ad un genitore se suo figlio può giocare con
un bambino disabile o sua figlia può sposare un disabile allora
sì, avviene un po' come da noi, che la gente storce il naso e si
oppone. Tutto il mondo è uguale da questo punto di vista. Qui in
Italia siamo più sofisticati, meno scoperti, anche perché
il governo dà qualche servizio in più che non nei paesi
in via di sviluppo.
D.
Che differenza c'è, secondo te, tra l'operare nel sociale in Italia
e all'estero?
R. Trovo che lavorare nei paesi in via di sviluppo per certi aspetti
sia più facile. Non c'è assistenza dalle istituzioni, non
ci sono scuole speciali, non ci sono centri per terapie, ausili. Però
paradossalmente se tu cerchi di costruire tutto questo lavoro con le comunità
trovi che è molto più facile. In Italia tante volte ho la
sensazione che se le istituzioni e le scuole se ne occupano, allora di
fatto deleghiamo loro e ce ne laviamo le mani. Non vogliamo assumere le
responsabilità. Non vorrei giudicare nessuno ma è più
facile delegare. Da parte delle comunità coinvolte dalla RBC ho
visto che si riesce a costruire più partecipazione anche perché
lì il disabile non è molto distante. Per certi versi l'Italia
è molto avanti. Guarda solo che tipo di ricaduta c'è stata
a livello internazionale quando è stato dato un ministero ad Antonio
Guidi. Molte persone all'estero, che non conoscono nulla di politica italiana,
quante volte mi dicono: "Ma voi avete avuto un ministro disabile!"
In Italia ci sono tanti modelli positivi da proporre alle persone nei
paesi in via di sviluppo.
D.
Infine il domandone finale: perché fai questo lavoro?
R. Io sono diventato medico in India. Mi piaceva questo fatto di aiutare
gli altri. A tutt'oggi riesco a vedere 200 progetti in 61 paesi. Mi piace
molto sentire che c'è stato cambiamento in molte persone e che
in qualche parte è dovuto a me. Penso che se facciamo il confronto
tra Aifo ed altre ONG, più professionali, mi è chiaro che
il nostro è un modo di muoverci forse più rispettoso, partendo
dal basso. Magari non facciamo ospedali,... ma in molti altre cose mi
sento soddisfatto.
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