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Tanzania: una comunità
che cura
di Augusto Zambaldo Sono un terapista della riabilitazione e vivo dal 1995 a Dar es Salaam, capitale della Tanzania sulla costa est del continente africano. Mi occupo soprattutto di disabili, in particolare bambini per conto di un'organizzazione non governativa, sostenuta da Cbm (Missione cristiane per i ciechi nel mondo) che si chima Ccbrt (Comprehensive Community Based Rehabilitation Tanzania) che applica la filosofia della Riabilitazione su Base Comunitaria. Nel nostro lavoro si entra in contatto con tante persone con bisogni diversi che non hanno accesso ai servizi per ignoranza, per eccessiva povertà, per timori culturali, per la distanza o solo perché, tra tante necessità materiali, scelgono le priorità più urgenti. Il progetto che stiamo realizzando mette al centro la comunità, il gruppo, la famiglia. Entriamo nelle case, ci sediamo, parliamo e ascoltiamo. Condividiamo, anche se per poco, i problemi e cerchiamo di spiegare la situazione delle persone disabili che vivono nella famiglia e i possibili interventi. Incontriamo spesso persone senza stimoli, rassegnate che alla prima occasione diventano attive, partecipano ai trattamenti, accettano le proposte o semplicemente iniziano a guardare al loro figlio in modo positivo accogliendo con gioia anche piccoli progressi. I volti sorridenti di questi anziani, di queste madri e di molti bambini sono per tutti noi l'incentivo principale ad andare avanti su questa strada. L'intervento avviene all'interno delle comunità attraverso lavoratori locali (community rehabilitation workers ) che vengono formati e seguiti all'interno di un piano organizzativo minimo che offre garanzie di funzionamento. Abbiamo l'opportunità di poter adattare le azioni alle situazioni reali vedendo di persona ciò di cui la persona disabile ha bisogno all'interno del suo ambiente. Il gruppo di persone alle quali il programma si è rivolto per primo è stato quello dei ciechi e di tutte le altre malattie degli occhi. In tutta la zona costiera della Tanzania si trovano molti casi di tracoma ed è piuttosto comune il glaucoma. Qui molte persone diventano cieche anche a causa della cataratta, problema che in occidente si risolve con un banale intervento. Nelle famiglie si racconta di tanti anziani diventati ciechi e pienamente rispettati nel loro ruolo assegnando a questa menomazione un valore altamente simbolico. Abbiamo cercato la collaborazione degli ospedali locali ma senza ottenerla nella misura sufficiente per la richiesta che veniva dai pazienti. Piano piano quindi si è fatta largo l'idea di creare una 'unità' che potesse servire ai nostri progetti e che fosse pienamente gestita dall'organismo che ci ospita. Si è costruito quindi quello che oggi si chiama 'Disability Hospital' che è diventato il punto di riferimento per chi ha bisogno di interventi agli occhi, di chirurgia riabilitativa, ricostruttiva, di riabilitazione e di ausili ortopedici. Nei nostri incontri nelle famiglie abbiamo visto tanti bambini con paralisi cerebrali, con problemi intellettivi, affetti da epilessia e con diverse forme di disabilità che richiederebbero interventi riabilitativi. Dopo avere visto le loro condizioni di vita, le difficoltà che incontrano ogni giorno per le attività più normali come mangiare, vestirsi, andare in bagno, abbiamo deciso di impegnarci soprattutto per loro. Il nostro lavoro consiste in tutto questo: portare informazioni, riferire i pazienti ai servizi, provvedere riabilitazione ai bimbi e alle loro famiglie, seguirli a casa dopo i vari interventi e cercare di far si che il risultato ottenuto diventi funzionale. Non ha senso operare un anziano di cataratta per poi lasciarlo a sedere nello stesso posto dove anche prima dell'operazione sedeva; lo seguiamo a casa per essere sicuri che metta a frutto la sua nuova abilità a che sia in grado, per esempio, di visitare gli amici, di andare al mercato, di andare in chiesa o alla moschea. Non ha senso lavorare molto con un bambino per renderlo autonomo, senza spiegare ai genitori cosa si devono aspettare e come lo devono aiutare; ci sediamo quindi e cerchiamo di far loro ripetere gli esercizi che noi facciamo perché sia chiaro ciò che insieme vogliamo raggiungere. Spesso si
incontrano situazioni difficili e ingarbugliate ma i risultati che si
ottengono sono la ricompensa migliore al lavoro svolto. |