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Handicap in Camerun
Tratto dal sito di Accaparlante
A
cura di Grazia Mannelli
Sono stata
in Cameroun nel dicembre scorso.
Il Cameroun è un paese africano all'altezza dei Tropici, ora repubblica
dopo essere stata colonia sia dell'Inghilterra che della Francia; è
attualmente uno degli stati africani più sviluppati. Lo scopo del
mio viaggio era quello di andare a trovare Sandra, una mia amica che lavora
là da un anno e mezzo come volontaria per l'organizzazione di volontariato
Cooperazione Internazionale in qualità di terapista della riabilitazione.
Durante questo mese ho cercato di raccogliere più informazioni
possibili su come in questa cultura viene affrontata la tematica dell'handicap
nei suoi vari aspetti.
La situazione era per me abbastanza facilitata dal fatto che essendo anche
io una terapista, ho potuto lavorare insieme a Sandra per un paio di settimane
nei villaggi intorno alla città di Sangmelima.
Mi è stato possibile venire a contatto con persone camerunesi e
non che si occupano di handicap ma, sia mentre ero all'interno della situazione
che ora a distanza di un mese dal mio ritorno, mi rendo conto che è
impossibile avere la pretesa di capire anche solamente qualcosa di una
cultura tanto diversa dalla mia.
Per questo non vi parlerò delle mie impressioni personali, confuse
e disorganizzate, ma riporterò 3 delle interviste che ho fatto
a persone che lavorano nel settore, dando così ad ognuno di voi
l'opportunità di fare le proprie considerazioni.
INTERVISTA
A ALESSANDRA PASQUI, terapista, italiana
D: Da quanto tempo lavori qui?
R: Da 14 mesi.
D: Di
cosa ti occupi?
R: Sono terapista della riabilitazione in un centro privato per
bambini handicappati di proprietà dei Padri Concezionisti italiani
e poi lavoro anche sul territorio.
D: Che
tipo di intervento attui in questi due settori?
R: Nel centro lavoro durante il periodo scolare, perché
i bambini abitano li mentre per le vacanze tornano a casa. Per alcuni
di questi bambini mi occupo di rieducazione, per altri il centro è
un punto di riferimento per poter andare ascuola oppure stanno lì
perché a casa genitori non se ne occupano.
D: Con
che tipo di handicap lavori?
R: Sono tutti bambini poliomelitici tranne uno che è paraplegico,
sono una trentina, tutti in età scolare da 6 e 17 anni.
D: E sul
territorio?
R: Ho iniziato un lavoro di ricerca dei casi di handicap, villaggio
per villaggio visitando i bambini e spiegando ai genitori che è
possibile fare degli esercizi a casa o servirsi di un apparecchio oppure
mandare il bambino al Centro. Questo tipo di approccio ha però
avute scarsi risultati per diversi motivi: innanzi tutto i genitori non
sono terapisti quindi non sempre eseguono gli esercizi correttamente,
poi chi si occupa dei bambini sono le donne che già hanno una vita
lavorativa durissima (dalle 5 di mattina alle 7 di sera); infine il tipo
di approccio (una donna bianca che arriva i chiedere di vedere i bambini
senza un discorso precedente di sensibilizzazione) non era comprensibile.
Successivamente ho cambiato il tipo di impostazione di questo lavoro.
Mi sono appoggiata ad un infermiere che già da 5-6 anni si occupa
della sanità in 17 villaggi ed ha sensibilizzato la popolazione,
individuando un agente sanitario all'interno di ognuno di essi e cercando
di mostrare la cura dell'handicap come facente parte del discorso sanitario.
In questo modo è stato possibile anche iniziare un discorso di
accettazione, socializzazione e scolarizzazione del bambino handicappato
in quanto rimane nel suo ambiente (il villaggio). Da qui anche il Centro
ha cambiato la sua impostazione visto che si tende ad attuare un'integrazione
nel villaggio, riducendo al minimo l'internato, al di fuori della costruzione
degli apparecchi e della rieducazione vera e propria.
D: Uscendo
un attimo dallo specifico del tuo lavoro, che tipo di handicap si incontra
in questo paese: motorio, psichico o sensoriale?
R: Al Sud ci sono soprattutto poliomelitici ed altri handicap di
tipo motorio. La vaccinazione antipolio non è obbligatoria (come
nessun'altra) e infatti i casi di polio sono di meno nelle zone vicino
ai dispensari (sempre gestiti da missionari occidentali). Al nord invece
ci sono molti non vedenti per bilarziosi o oncocercosi che sono patologie
portate dalla puntura di insetti che vivono nei corsi d'acqua soprattutto
stagnante. Di handicappati mentali ne ho visti pochi in quanto nella maggior
parte dei casi vengono tenuti in casa anche perché non vi sono
strutture in grado di occuparsene.
D: All'interno
dell'ordinamento sociale chi è che si occupa della persona portatrice
di handicap?
R: Chi se ne occupa è il villaggio, in particolare le donne
anziane, poi ci sono degli interventi sporadici del Ministero degli Affari
Sociali (e non di quello della Sanità) che dà qualche sovvenzione
o manda qualche carrozzina. Poi ci sono dei Centri di Rieducazione sia
Pubblici che privati sempre intesi come internati. Questo accade al sud;
al nord invece vengono istituiti dei corsi per i genitori ai quali viene
insegnato come rieducare i propri figli.
D: Chi
prepara questi corsi?
R: Generalmente ordini religiosi, quindi strutture private.
D: Per
quel che riguarda l'accettazione dell'handicap a livello sociale, familiare
etc?
R: È accettato come si accetta una cosa venuta male, ma
in questa accettazione è sottinteso il fatto che l'handicappato
se la deve sbrigare da solo. Non si pensa ad esempio alle barriere architettoniche
o ad aiutarlo in alcun modo, deve farcela da solo; ad esempio se ne è
in grado va a scuola camminando sulle ginocchia o a carponi, ma raramente
qualcuno lo accompagna. Però il fatto che uno si sposti a carponi
o altro non preoccupa nessuno, è quasi una cosa normale.
D: Esiste
qui un discorso di emarginazione?
R: Non è un discorso di emarginazione voluta, però
un handicappato avrebbe bisogno di attenzioni diverse, strutture, scuole
etc e queste non ci sono quindi è emarginato in partenza.
D: E l'inserimento
con gli altri?
R: Gli handicappati fanno con gli altri quello che riescono a fare,
non viene rifiutato ma è lui che, a seconda delle sue possibilità,
si inserisce o meno in mezzo agli altri; se ha un piede torto ad esempio
gioca a pallone con gli altri. Non viene rifiutato se cerca di inserirsi,
ma nessuno fa comunque nulla perché questo avvenga.
D: Che
mi dici dell'inserimento di tipo lavorativo?
R: II discorso è lo stesso, dipende dalle possibilità.
Non esistono strutture, lavori protetti o altro. Molti fanno lavori d'ufficio.
D: Esiste
una normale vita sentimentale e sessuale per il portatore di handicap?
R: La vita sentimentale è come quella di tutti gli altri
e direi anche quella sessuale. Vi sono comunque grosse differenze tra
quelli che sono gli interessi dei maschi e quelli delle femmine, sono
divisi in due gruppi distinti sin da quando sono molto piccoli. Le attività
di tipo sessuale sono difficili soltanto se la disabilità è
molto grave: qui infatti una enorme importanza è rivestita dalla
procreazione e soprattutto per le donne handicappate è difficile
che ci sia sterilità, quindi il loro ruolo fondamentale viene mantenuto.
INTERVISTA
A NOUHOU SALI Agente sanitario di MOKOLO (Cameroun)
D: Qual'è il tuo lavoro?
R: Agente di cure sanitarie primarie. Lavoro per un'organizzazione
Canadese, sono in pratica un animatore che si occupa di aiutare gli abitanti
dei villaggi a far emergere i problemi reali ed individuare le possibili
soluzioni ad essi, questo sia in campo sanitario che ambientale ed edilizio.
D: Hai
contatti diretti con il settore dell'handicap nello svolgimento del tuo
lavoro?
R: No, non ho contatti diretti ma mi capita di vedere delle persone
handicappate.
D: Quando
si parla di handicap cosa si intende?
R: Handicappata è una persona che non è normale,
non è formata, non si muove oppure non vede etc.
D: Chi
si occupa della persona handicappata? (famiglia, istituzioni o villaggio)
R: Di solito se ne occupa la famiglia; ogni tanto il ministero
degli affari sociali manda delle carrozzine ma senza un criterio ben preciso.
D: Questi
bambini frequentano la scuola pubblica?
R: Pochi frequentano la scuola e comunque solamente i portatori
di handicap fisico e non psichico.
D: A tuo
avviso perché accade questo?
R: Generalmente il problema è di tipo economico oppure è
l'ignoranza dei genitori che li porta a credere che il bambino è
sbagliato ed è quindi inutile che frequenti la scuola.
D: Come
trascorrono la giornata i bambini handicappati?
R: Stanno in casa con la madre oppure giocano con gli altri bambini.
D: Sono
accettti bene dagli altri bambini?
R: Si, sempre.
D: Quali
sono le possibilità di inserimento nel mondo del lavoro?
R: Dipende; quelli che sono andati a scuola riescono a trovare
un lavoro e a mantenersi, gli altri generalmente cercano di arrangiarsi,
alcuni fanno i sarti o i parrucchieri oppure il piccolo commercio; altri
ancora fanno i mendicanti.
D: Che
tipo di relazioni sociali si instaurano generalmente con gli altri?
R: Sono accettati molto bene, si sposano, hanno figli e conducono
una normale vita familiare. Molti uomini cercano di sposare donne handicappate
perché danno molti bambini.
D: Dal
punto di vista culturale e/o religioso, qual'è la spiegazione che
viene data dell'handicap?
R: Non ci sono cose che spiegano l'origine dell'handicap, è
Dio che l'ha fatto. Qualcuno dice che se ad esempio ad uno manca un piede
c'è un motivo per cui Dio l'ha creato così, perché
altrimenti con entrambi i piedi sarebbe stato pericoloso per gli altri.
La famiglia comunque non centra niente in questo disegno divino.
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